FUTURO QUASIVO


Oggi era meglio se prestavo la mia testa ad una sarta e le chiedevo se gentilmente poteva usarla come punta spilli, ma non ho trovato sarte e ho avuto modo così di riflettere in maniera compulsiva sulla mia quasi totalizzante insoddisfazione.

Inizialmente confusa sulle motivazioni, ho avuto la bella pensata di passare al vaglio i principali aspetti della mia vita, tanto per avere un quadro generale (oltre che per alimentare la sempre verde arte dell’onanismo cerebrale).

Bene, si fa per dire, quello che ho scoperto è che vivo in una condizione di perpetuo precariato e di pervasiva incompiutezza.

L’unica costante certezza della mia vita è data da una piccola parolina: quasi.

- Già a questo punto avevo iniziato a prendere in seria considerazione l’idea di cospargermi di sale e passare il pomeriggio in un pascolo di capre, anche in questo caso niente capre –

Ho quasi trent’anni, ho quasi finito gli studi, per la precisione ho quasi iniziato la tesi. Avere quasi trent’anni è uno status limite tra l’età dove avresti dovuto concludere qualcosa e quella dove sei ancora in tempo per farlo; e aver quasi finito l’università ti qualifica immediatamente come mente attiva e futura forza lavoro, responsabile e diligente (ma se sei le due cosa insieme? Sei un fallito recuperabile? Un bamboccione? Uno responsabile disoccupato? O un diligente nullafacente? Non ho risposte, probabilmente sei quasi tutte queste cose). L’ambito lavorativo mi vede in prima linea con un quasi lavoro, non troppo remunerativo, ma quasi dignitoso per una quasi laureata che sta ancora studiando. La mia passione è la scrittura, infatti mi hanno quasi pubblicato un libro (nel senso che probabilmente qualche editore l’ha quasi letto tutto prima di cestinarlo) e ne ho quasi iniziati altri due, quasi appunto. La mia vita sentimentale e relazionale è quasi un disastro. Ho un fidanzato che quasi mi ama (certe volte mi stima e quasi sempre vorrebbe donare il suo apparato acustico e riproduttivo alla scienza pur di non avermi intorno) e che a giorni alterni ha quasi voglia di vivere con me (gli altri giorni sono quasi certa che viva nella speranza che mi trasformi in una nana muta, o meglio ancora in una colf che parla solo ungherese visto che la convivenza ci costringe alla condivisione dell’appartamento), però devo ammettere che certe volte ho la sensazione che quasi mi preferisca allo studio (quasi sempre però lo studio e il wc sono il suo momento felice). Vivendo all’estero ho quasi imparato a capire lo scozzese al terzo “sorry?” e mi sono quasi abituata ad accettare la coperta di pile come capo indispensabile del mio guardaroba. Ho anche quasi diminuito il numero di sigarette e ho quasi smesso di mangiare schifezze. Sono quasi indipendente (se solo riuscissi a pagarmi l’affitto grazie al quasi lavoro…) e ho quasi una casa (se così si può definire un appartamento gelido preso in affitto da una cinese fino a maggio). Quello che farò tra qualche mese è quasi un mistero, dico quasi solo perché ho la certezza che non sarò una cantante, una domatrice di formiche rosse o una multimilionaria che sorseggia Martini mentre impartisce ordini alla sua assistente. Ah, probabilmente non andrò nemmeno in Lapponia a studiare i ghiacciai, non mi trasformerò in un supereroe, ma non escludo che sarò in ritiro con gli arancioni.

Ho quasi finito, continuo?

Quasi quasi mi fermo qua e vi risparmio il pezzo dove parlo più dettagliatamente delle prospettive future e del mio equilibrio emotivo, tanto il punto mi pare chiaro.

Il Quasi rappresenta il centro nevralgico intorno al quale ruotano nauseate, come le palle di un jukebox (e anche altri tipi di palle), tutte quelle che dovrebbero essere delle sicurezze, dei dati acquisiti.

Il Quasi si potrebbe definire uno stile di vita, una condizione dell’animo umano, una sorta di cardine manifesto della mia generazione.

Se Cartesio potesse dare un’occhiata alla mia vita sostituirebbe il cogito ergo sum, con un “quasito ergo sum”. Se magicamente nella mia vita apparisse una sola certezza avrei probabilmente timore di non essere più io ed essermi trasformata nella protagonista di qualche telefilm (quelli dove tutti hanno un lavoro, una casa, un compagno che non vede l’ora di darle delle certezze e delle strane fisime colme di ilarità).

Sto seriamente pensando di introdurre nel mio personalissimo vocabolario il verbo quasire . Potrei ricorrere a questo verbo ogni volta che intendo indicare, non solo un’azione non ancora perfettamente compiuta, dall’esito incerto ed instabile, ma più specificatamente tutte quelle condizioni accompagnate da quel sapore di vaghezza, approssimazione e sfiducia.

Ad esempio potrei rispondere alla domanda:

“A che punto sei con gli studi?” “Quasisco.”

e ancora: “E la scrittura?” “Ho quasito un libro e ne sto quasendo altri”

“e con il fidanzato?” “Sai com’è, si quasisce…”

Ovviamente se poi l’interlocutore aggiunge un’altra domanda del genere lo si manda esplicitamente e senza quasi a fanculo.

Potrei derivarne anche un aggettivo: quasivo.

Quasivo diventa tutto ciò che non è chiaro, che è vago, chiaramente a breve termine, rinegoziabile e lasciato volutamente implicito. Quasiva è la persona incerta e approssimativa, è la postilla accanto all’asterisco. Quasivi sono gli orari di Trenitalia, i discorsi dei politici in campagna elettorale e i pacchi spediti con prioritaria; quasivo è il tempo a marzo, il cartellone che ti avverte dei saldi del 70% (chi fa shopping sa cosa intendo) e il mio giudizio dopo 2 tequila sale e limone, quasive sono le tue amiche quando commentano il tuo nuovo taglio di capelli con acconciatura effetto schiaffo e ciuffo color betacarotene, sono le etichette dei cibi quando dichiarano che l’alimento potrebbe contenere tracce di farina, arachidi, muschio, poliuretano, prostaglandine e denti di opossum; quasivi sono gli uomini quando gli domandi se sei ingrassata, sono gli sportelli informativi degli uffici pubblici e i pacchi gran risparmio.

Il quasivo è ovunque.

Capite adesso perché era meglio se prestavo la mia testa ad una sarta?

Vostra gallina quasiva Vaentina

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