L'Ipad è meglio di un uomo


“25 centimetri di splendore, facilmente manipolabile ed estremamente reattivo al tocco. Affidabile, elegante, rapido nell’esecuzione di compiti e con prestazioni che durano fino a 10 ore. Puoi ruotarlo come vuoi e capovolgerlo senza problemi.”
Alleluja! La Mac ha progettato un innovativo modello di fidanzato.
“Puoi usarlo con gli amici e mostrare loro le sue innumerevoli funzioni”
E’ un nuovo modello di fidanzato o un dildo di ultima generazione?
E’ intelligente, versatile, innovativo. E’ il personal device più sorprendente che abbiate mai visto.”
Intelligente? Versatile? E’ un vibratore.
“E’ spesso solo 1,5 centimetri”
No, non è un vibratore. Assolutamente.
Superata la prima fitta di delusione, scopro con sommo stupore che si tratta di una specie di lavagnetta lucida e da usare senza gessi. 
Ipad, ecco come l’hanno battezzato.
  • L’Ipad è una specie di Ipod, ma più grande: hai la possibilità di ascoltarci la musica, acquistare brani da Itunes e scaricarci le tue foto.
  • L’Ipad è una specie di Kindle, ma più figo: hai la possibilità di leggerci i libri scaricandoli direttamente dal nuovissimo Ibook Store.
  • L’Ipad è una specie di netbook, ma touch screen: puoi navigare in internet facilmente utilizzando una potentissima connessione wi-fi, puoi guardarci i video di Youtube e salvare qualche nota (che scrivi battendo su una tastiera che ti appare magicamente sulla lavagnetta), ma non ha flash, almeno mi pare di aver capito.
  • L’Ipad è una specie di Iphone, ma più scomodo: se acquisti la versione 3G, quella più cara e provvista di sim, puoi telefonare e navigare senza bisogno di una connessione internet alla quale attaccarti come un parassita. Per di più è sprovvisto di macchina fotografica.
  • L’Ipad è una specie di laptop, ma diverso: infatti non puoi scrivere file di testo degni di questo nome, non ha la webcam, non ha una memoria dignitosa (vendendo le cornee al mercato nero puoi comprarti la versione da 64 GB, ma senza cornee poi non l’Ipad non ti serve a niente), manca di lettore cd/dvd e non ha il multitasking. A dir la verità non so perché dicono che sia come un laptop.
  • L’ipad è come un lettore dvd portatile, ma si vede meglio: puoi guardarci film ad alta definizione e scorrere avanti e indietro senza bisogno del telecomando, ma solo se li compri su Itunes.
  • L’Ipad è come un’agenda, ma se la perdi ti girano molto di più le balle: puoi scriverci gli appuntamenti e tenere una rubrica con tanto di foto e note.
  • L’Ipad è come una console per videogiochi, ma senza joystick: puoi toccare o ruotare lo schermo per fare le varie azioni.
  • L’Ipad è come un uomo, ma lo spegni quando vuoi: puoi interagirci, giocarci, vantarti delle sue prestazioni con le amiche, sfruttare tutti i suoi 25 cm e marmicciarlo tutto; solo che non ti fa le corna, non sporca i vestiti e non vuole la cena.
Detto questo; alla fine, a che caspiterina mi serve l’Ipad?
Mi sembra di aver capito che la vera innovazione sta nell’esperienza interattiva con il dispositivo, nella dimensione e nel fatto che lo puoi toccare con più dita contemporaneamente.
Cioè, dico, veramente?
Tutte qualità che, ancora una volta, si addicono più ad un vibratore che ad un personal device. (E poi parliamoci chiaro, che cazzo è un personal device?)

Vostra personal Gallina device I-Valentina

I am a tea person. Almost


Non so esattamente per quale strano motivo il mio cervellino di Gallina non aveva partorito questa brillante idea prima d’ora.
Mi sono iscritta ad un corso di inglese, qua, in Glasgow City.
Finalmente.
Ho pagato le prime due settimane e ho cominciato lunedì, ore 9.


Alle 8.20 ero già fuori di casa. E dopo 6 miseri minuti ero già arrivata.
Della serie piccole secchione crescono.
La scuola si era premunita di informarmi via mail che dalle 9.00 alle 9.12 ci sarebbe stato un tour della scuola, dalle 9.12 alle 9.23 un messaggio di benvenuto e dalle 9.23 alle 9.52 la valutazione del livello di inglese. Il dettagliatissimo ed inquietantissimo programma, che prevedeva un vuoto di 7 minuti, proseguiva annunciando che dalle 10.00 alle 10.10 ci sarebbe stata un’analisi della modulistica, con tanto di fotocopia di documento di identità e raccolta fototessera per prossima realizzazione tesserina studenti. Distinti saluti, arrivederci e grazie.
Nonostante la meticolosità nell’orario, la mail mi avvertiva che mi avrebbero potuto fare qualche domanda personale.
Che vuol dire?
Nel dubbio mi ero preparata delle frasettine in inglese da snocciolare in caso di necessità (fare una pessima figura già dal primo giorno mi scocciava alquanto).
  • Frase n°1: I’m 27 years old, I know, I know, I look younger. Thanks
  • Frase n°2: If you think that my english isn’t good enough it’s because you have never listen to his english (ammiccando con lo sguardo un qualsiasi altro studente, preferibilmente asiatico).
  • Frase n°3: I’m not a coffee person, I prefer tea. (Cosa assolutamente falsa, ma è bene integrarsi da subito).
  • Frase n°4: God bless the queen.
  • Frase n°5: Who lives hoping dies shitting. Sorry for the bad word, but when it’s needed it’s needed.
  • Frase n°6: I love Nessie (Vedi parentesi frase n°3).
Ad ogni modo, il largo anticipo mi ha permesso di rendermi conto che alle 8.30 non c’è ancora il sole a Glasgow. E nemmeno alle 9.00.
Arrivata nel disimpegno situato all’ingresso della scuola, noto una serie interminabile di cartelli crocifissi al muro.
  • Cartello n°1: Spegni il tuo cellulare (immagine: una clipart di word con un cellulare)
  • Cartello n°2: Non lasciare i tuoi oggetti incustoditi (immagine: una clipart di word con omino nero stilizzato e zaino)
  • Cartello n°3: Come si dice …….. in inglese? (immagine: un’immagine scaricata da google di un ragazzotto stile cartoon che si gratta la testa)
  • Cartello n°4: Come si fa lo spelling di …….? (immagine: disegno di 3 cubi per neonati con su scritto ABC, rubati direttamente al logo della Pampers)
  • Cartello n°5: Mantieni l’ambiente pulito. (immagine: freccia nera che punta verso il basso – in direzione di un cestino-).
  • Cartello n°6: Ascolta la radio in inglese, guarda film in inglese, guarda la tv in inglese. (immagine: una clipart scaricata da google raffigurante radio retrò, cinepresa retrò e tv retrò).
A questo punto osservare i cartelli non mi è sembrata più una cosa tanto interessante.
Trovo finalmente un essere umano sufficientemente sorridente per potergli chiedere: “Dove devo andare?”.
Dopo aver appurato che non ero la nuova donna delle pulizie, la cortese sconosciuta mi chiede il risultato che avevo ottenuto compilando il questionario di verifica online (obbligatorio per accede alla scuola e, scoprirò in seguito, unico straccio di test che verrà mai effettuato per verificare il mio grado di conoscenza della lingua). “I-n-t-e-r-m-e-d-i-e-i-t” rispondo e snocciolo subito la prima grandiosa figura di merda sbagliando la pronuncia.
Perfetto.
Dopo 10 minuti ero in classe, seduta al banco, senza benvenuto, senza tour della scuola, senza richiesta di documento, controllo modulistica e domande personali.
In classe: Io, una cinese (o japponese, o coreana, o tailandese), 1 libanese e un turco. Come nelle barzellette.
Dopo poco i turchi erano saliti a 3, come i libanesi; i cinesi (o japponesi, o coreani, o tailandesi) erano diventati 2. Prima delle 9.00 si aggiungono anche altri 3 elementi: una ragazza della quale ho potuto vedere soltanto gli occhi, un tipo con una cicatrice che gli prendeva tutta la guancia e un terzo soggetto del quale non riesco proprio a ricordare niente. 
In questo squarcio post-moderno di pari opportunità ed integrazione io ero l’unica nuova nella classe. L'emarginata un po' sfigata.
Tre ore e una lavagnata di vocaboli dopo, la lezione era finita.
Sto impacchettando tutti i miei arnesi da studentessa secchia e zelante quando vengo informata che ci sarà un piccolo meeting per le new entry (chissà se hanno detto meeting e new entry per fare i fighi come facciamo noi italiani oppure solo perché non hanno altra scelta?).



12.17: Benvenuto.


-Ragazza bionda e pallida: “Benvenuti alla scuola di inglese di Glasgow”


12.17 e 14 sec: Fine messaggio di benvenuto.


12.17 e 15 sec: La tipa bionda e pallida (che è anche sorridente, giovane e parla alla moviola) si congeda per prendere delle cose.


12.25: Tour della scuola.


La giovane-bionda-sorridente-pallida-che-parla-alla-moviola ci distribuisce delle agende omaggio della scuola. A pagina 3 facciamo il tour  della scuola osservando la piantina presente nell’agenda. (Dopo un minuto capisco che si tratta della mappa del quartiere dove si trova situata la scuola). “Dista a soli 3 minuti dal Distretto di Polizia”. Interessante.


12.39: Modulistica


Revisione moduli precedentemente compilati. Consegna passaporti e fototessera. Sei degli otto studenti presenti hanno un'espressione vagamente somigliante al Daubentonia del Madagascar (Non conosci il Daubentonia? Una foto è disponibile qui.)


12.43-12.46 Otto studenti che non si conoscono rimangono chiusi nella stanza.


Ragazza-dizione:“Ao ma bure du sei idagliana?”
Io: “Sì”
Ragazza-dizione:“Io so' de Ladina”
Io: “Maddai?”
-3 secondi di silenzio-
Ragazza-dizione: “Scusa eh, ma gome se dige sargiggia in ingrese?”
Io: “Sausage”
Ragazza-dizione: “Embè, SOSAGE e che ‘j ho detto io ar Profe? Sosage ‘j ho detto. Ma te ggiuro che nu’ me gabiva. Essaj che ‘jè-l'ho detto. Nu’me gabiva”
Io: “Maddai?”


12.46-12.59 Presentazione scuola.


Vietato fumare. Vietato lasciare oggetti incustoditi. Vietato arrivare in ritardo. Vietato mangiare. Obbligatorio parlare inglese. Obbligatorio comprare il libro. Obbligatorio mantenere l’ambiente pulito. Obbligatorio pagare le lezioni in anticipo di almeno 5 giorni. Obbligatorio fare i compiti in classe. C’è la macchinetta del caffè, ma se lo vuoi te lo paghi.
Volevo dirle che sono una tea-person (Frase n°3), ma per qualsiasi domanda/lamentela/informazione dobbiamo rivolgersi a Vicki.


Ma chi cazzo è Vicki? (Espressione da Daubentonia del Madagascar)




Vostra coffee-Hen Valentina

Una dozzina di cose che amo




  • Le papere di gomma: odorano di gomma e questo mi sembra davvero un motivo valido e sufficiente, in più galleggiano nell’acqua pur non essendo stronze.
  • Il limone con il sale: è una delle poche cose che mi fa venire l’acquolina in bocca e quando lo vedo sembro Lupo Ezechiele. Due precisazioni: 1) Quando lo mangio ho una faccia così goduriosa che ti faccio subito venire voglia di provarlo. A questo seguirà immediatamente la tua grande delusione accompagnata da smorfie repulsive. 2) Con il limone e il sale mia nonna ci puliva il rame; questo non significa che sia nocivo alla salute. Ho una testimonianza medica che lo conferma. (Mamma tranquilla, non ne mangio poi così tanto).
  • Le cicatrici: a patto che siano di modeste dimensioni e posizionate sul corpo di un bel maschione.
  • Le scarpe di vernice con il tacco alto: meglio se rosse. Una donna non ha mai abbastanza scarpe di vernice col tacco. Dovrebbero venderle in confezioni a multipli di sei, come le uova.
  • Le buste plastificate: non quelle di plastica del supermercato. Piccoli astucci o porta trucco. Rigorosamente plastificati. Le buste di plastica non sono mai abbastanza.
  • Le elucubrazioni mentali: a patto che siano fatte con enorme supponenza e con la volontà di raggiungere la verità assoluta. Una delle dissertazioni più edificanti alla quale ho avuto il piacere di prendere parte riguardava il valore occulto del numero sette. Abbiamo passato in rassegna Fibonacci, la numerologia cabalistica, lo spettro visivo, le dimensioni ancestrali della filosofia celtico-druidica,  la memoria a breve termine e le dimensioni fisiche inesplorate, passando ovviamente per i legami chimici e psicologici. Dopo 48 ore siamo giunti alla conclusione che la risposta ai nostri interrogativi era racchiusa in Biancaneve e i 7 nani.
  • Il mio Macbook: entrato da poco tempo nel mio mondo, mi fa sentire così all’altezza della situazione e mi da un tono da scrittrice moderna e metropolitana. Adesso basta solo che qualche editore decida di pubblicami.
  • L’avocado: è la prova concreta dell’esistenza di Dio. E’ un frutto che si mangia come una verdura (prima prodezza di Dio). Una volta tagliato a metà scopri chiaramente l’enorme nocciolo che non rischi assolutamente di ingoiare e che si toglie con estrema facilità (seconda prodezza di Dio nata come riparazione all’errore fatale fatto con l’uva). Lo mangi con il cucchiaino, direttamente dentro la buccia, senza sporcarti e poi butti via il sottilissimo strato incommestibile come se si trattasse della confezione del Kinder Bueno (terza prodezza di Dio fatta come omaggio al successo ottenuto col packaging delle banane).
  • I progetti: specialmente se ambiziosi e schematizzati su carta in lunghe liste e schemi. La maggior parte delle cose che intraprendo vengono schematizzate e diventano progetti o missioni. Se decido di comprare le carote, uscirò per la "Missione Carotene". Se decido di documentarmi sui celenterati inizierò il "Progetto-Celenterati". Ad oggi i miei progetti migliori sono "Progetto-Mangiare mangiando, bere bevendo e fumare fumando" e "Progetto-Tacchi alti perché mi sento a terra".
  • La cartoleria: quaderni, foderine, penne, gomme, evidenziatori, agende, raccoglitori, porta documenti, pennarelli. Non sono mai abbastanza. il piacere di ordinarli per gradazione di colore e dimensione è unico. (Sì, ne ho già parlato con il terapeuta).
  • La leggerezza: non la superficialità, ma la leggerezza. Non c’è dubbio che se Kundera l’avesse chiesto a me, gli avrei subito spiegato senza indugi che la leggerezza è sicuramente la cosa migliore.
  • Le lingue straniere (e i dialetti): Non ne conosco molte, ma il fatto che esistano delle parole specifiche per indicare una cosa specifica in una lingua e non in un’altra mi piace da morire. In modo particolare ho una predilezione per un tipo specifico di pronuncia e il suono che produce; solitamente preferisco quella meno in voga. Ad esempio tra tutti i tipi di spagnolo preferisco quello parlato in Argentina, tra tutti i tipi di inglese quello parlato in Inghilterra, del portoghese mi piace quello Brasiliano e via dicendo. 




Vostra Gallina amata Valentina

Se lo sei sillo, se lo sai sallo.



La vita è piena di insidie.
Ci sono delle cose che non vanno sapute o che è necessario fingere di non sapere, altre che è meglio non sapere, altre ancora che si possono ignorare senza problemi, altre che assolutamente vanno sapute e poi ci sono delle cose, quelle più importanti di tutte: quelle che devi fingere di sapere anche se assolutamente non le conosci.
Partiamo con ordine.

COSE CHE NON VANNO SAPUTE:

All’interno della categoria di cose che non vanno sapute, rientrano tutte quelle faccende che, nostro malgrado, fanno parte delle nozioni possedute dell’altra metà del cielo.
E’ importantissimo per ogni Gallina che si rispetti non superare mai la soglia delle cose che non vanno sapute. I danni provocati dalla curiosità (che si sa è donna pure lei) sono spesso irreparabili.
E’ sicuramente importante non sapere come si cambia uno pneumatico, è importantissimo non sapere niente di elettricità, idraulica, banche e commercialisti. E’ altrettanto importante non saper usare un trapano, non saper guidare mezzi pesanti e guidare a malapena la macchina.
Perché? Se vi state facendo questa domanda probabilmente siete cadute nell’errore e avete appreso, o almeno avete provato ad erudirvi su una di queste faccende.
Errore. Tutte queste nozioni fanno parte delle cose che non vanno sapute.
Vi spiego perché.
Se imparassimo o sbandierassimo ai quattro venti che sappiamo avvitare una lampadina, cambiare una guarnizione o trattare con i direttori di banca, la nostra vita cambierebbe rapidamente.
C’è qualche Gallina che sa come cambiare lo pneumatico alla propria auto? Bene, signore mie, silenzio assoluto. Nessuno deve saperlo e nessuno deve vedervi farlo.
Quando mi si è maciullata la ruota della macchina stavo guidando nel traffico fiorentino. Ostentando timore e sfoggiando l’espressione più frivola che conosco, ho guardato il danno con aria perplessa e ho iniziato a fare quella che non sa dove mettere le mani. Dopo 47 secondi, ripeto 47 secondi, quattro baldi giovani hanno dato sfoggio di virilità come i cervi nella stagione degli amori. Ho perfino finto di non sapere dove si trovasse la ruota di scorta e il crick. Per tutta risposta, loro, aitanti e pazienti, hanno preso in mano gli strumenti da lavoro e con maestria e sorrisi scintillanti mi hanno cambiato la ruota. (Tanto per finire la storia, dopo mi hanno anche accompagnato dal gommista e riaccompagnato a casa.)
Che cosa pensate che succederebbe se il vostro Marcantonio sapesse che siete perfettamente in grado di cambiare una serratura, riparare il rubinetto e aggiustare una presa elettrica? Succederebbe che oltre a lavare, stirare, cucinare e preoccuparvi di tutte le altre faccende domestiche vi ritrovereste anche a sostituire serrature, asciugare il naso a rubinetti gocciolanti ed armeggiare con fili rossi e blu.
Non siate stupide. Certe cose non vanno assolutamente sapute, o quanto meno, se le sapete è bene che mettiate in atto le vostre abilità al riparo di occhi indiscreti.
Sento già le obiezioni delle Galline single: “Io non ho un bell’accidenti di nessuno che mi aggiusta il rubinetto. Se non lo faccio da sola gocciolerà fino a quando la bolletta diventerà talmente salata che dovrò vendermi un rene per pagarla!”
Ma dico io, se gli idraulici che vengono a domicilio sono tutti uomini un motivo ci sarà, no? Ecco allora alzate il telefono, non si sa mai dove si nasconde l’altra metà della vostra mela.

COSE CHE E’ MEGLIO NON SAPERE:

Nella categoria delle cose che è meglio non sapere rientrano tutte quelle faccende che per un motivo o per l’altro ci vengono taciute.
Bene, mia adorate Galline, quelle cose è meglio non saperle.
Non è assolutamente cosa buona e giusta conoscere la password dell’indirizzo di posta elettronica del vostro Movimenta-lenzuola; né, tanto meno, improvvisarsi hacker nel tentativo di entrare nel profilo di Facebook della ex del vostro lui. Non serve a nessuno conoscere a memoria tutte le partner sessuali del vostro Bell’imbusto e non è di nessuna utilità sapere che cosa tiene nel portafoglio, nel cruscotto della macchina, dentro la sua agenda e che cosa diceva esattamente l’ultimo messaggino che ha ricevuto.
Tutto quello che scoprirete, dalla cosa più innocente, a quella più compromettente, metterà solo in moto il vostro già sovraffollato turbinio di cricetini cerebrali e non condurrà mai a qualcosa di buono.
Tutti hanno dei segreti, voi comprese piccole operose scovatrici di password e diari segreti.
Altra cosa che è assolutamente meglio non sapere sono le ricette della famiglia del vostro lui. Scordatevi già in partenza di possedere anche solo lontanamente abilità superiori o vagamente paragonabili a quelle della mamma/nonna/sorella/cugina/prozia/cagnolina d’infanzia del vostro amatissimo compagno. Non ci si misura mai su terreni comuni. Perderete comunque.
Se, anche con le migliori intenzioni di questo mondo, vi viene passata la ricetta del succulento stufato di radicchio, verbena e vitellone che piace tanto al vostro Cucciolotto, sappiate che non sarà mai buono come quello della sua adorata madre. Mai.
Sarete sempre peggiori e avrete perso. E se, Dio ve ne scampi e liberi, il vostro stufato fosse malauguratamente migliore o paragonabile alla versione originale, e il vostro compagno fosse così ingenuo da dire: “Sai mamma, poi la mia Gallina l’ha fatto lo stufato. E’ venuto eccellente, proprio come il tuo!” Preparatevi a subire una serie di piccole e sottili torture psicologiche. Come se essere una nuora non fosse già una posizione sufficientemente sfavorevole.
No, succulenti Galline assetate di conoscenza, queste sono tutte cose che è meglio non sapere.

COSE CHE SI POSSONO IGNORARE SENZA PROBLEMI:

All’interno di questa categoria rientrano tutte quelle cose che non siete tenute a conoscere. Se siete state sufficientemente brave e non avete indugiato in curiosità ed avete messo da parte l’istinto da detective, possiamo inserire in questa categoria tutte le cose elencate nelle due categorie precedenti.
Oltre alle sopra citate maestranze vi è concesso di ignorare tutte quelle cose per le quali la vostra opinione comunque conterebbe ben poco.
Automobili, calcio mercato, storia, tecnologia, scienza e geografia, sono tutti ambiti per i quali la vostra opinione conta come il due di brisca quando l’asso è in tavola: niente.
Nessuno mai vi guarderà storto se non sapete la formazione della Juventus o la capitale del Mozambico. Nessuno si stupirà molto se non sapete la differenza tra un plasma e un LCD o se non conoscete i cavalli dell’ultimo modello di BMW.
A nessuno importa un fico secco niente, quindi, se tali argomenti non rientrano nelle vostre corde, non ammattite troppo a documentarvi.

COSE CHE VANNO ASSOLUTAMENTE SAPUTE:

Nella categoria delle cose che vanno assolutamente sapute rientrano, oltre a una sufficiente dose di cultura generale che costituisce la base dell’essere umano, anche tutte quelle abilità e conoscenze che culturalmente vengono attribuite al genere femminile , più tutta una serie di piccole cosette sulle quali è bene essere pronte.
Cominciamo per gradi.
Non è culturalmente accettabile che una donna non conosca niente di cucina, che non sappia rammendare un calzino, che non conosca niente di economia domestica e che non sia in grado di lavare i panni. Purtroppo il nostro genere ci impone di conoscere certe cose.
A tutto questo c’è una scappatoia, esiste un bonus, uno solo che devi giocarti rapidamente e con maestria. Per quanto ho potuto constatare esiste 2 +/- 1 cose che, nonostante la cultura attribuisca al nostro bagaglio di conoscenza, c’è concesso di non sapere. Personalmente mi sono già giocata parte delle mie carte. Dico di saper cucinare, lavare, mantenere una casa, fare economia domestica e quant’altro, ma ammetto di non essere brava a stirare.
Esatto, Galline mie.
So fare tutto, (dico), ma non stiro. Secondo la regola del 2 +/- 1 mi è concesso non saper stirare e nessuno mi guarda storto.  Io non stiro. E’ un mio sacro santo diritto non saperlo fare e non lo faccio.
L’importante è non tenere nascosta l’incapacità (o riluttanza, che dir si voglia) e lanciarla nel discorso con nonchalance: “Adoro cucinare, mi piace moltissimo (-specialmente la sera quando sono stanca morta-). Poi, sai, ci tengo molto alla casa, ho le mie tecniche; figurati che ho anche imparato a tendere i panni in modo che non sia necessario stirarli una volta asciugati, non è che non sappia stirare, ma mi trovo molto meglio in quest’altro modo, figurati che mi trovo talmente bene che non ho neanche comprato il ferro da stiro…” Ecco fatto. Prendete appunti.
Per quanto riguarda invece il secondo punto, quelle cosette che è necessario sapere e sulle quali bisogna tenersi pronte sono poche, facili, ma indispensabili.
Una donna deve assolutamente sapere qual è il suo libro preferito, il suo film preferito, il suo motto, il tipo di abito che le aggrazia di più il personale, il suo piatto preferito, il viaggio che sogna di fare e avere una conoscenza sommaria di astrologia, sessuologia, psicologia, puericultura. E’ necessario inoltre potersi vantare di avere un parrucchiere, un calzolaio, un’estetista, un macellaio e un fruttivendolo di fiducia.
Sono tutte baggianate? Perfetto.
Riflettete un secondo mie carissime sufragette emancipate, che figura ci fate se qualcuno vi chiede che caspiterina state leggendo e sul vostro comodino c’è solo una confezione vuota di Tavor e una stecca di cioccolata? Una pessima figura, ve lo dico io. Sapere qual è il vostro libro preferito vi permette di giocare la carta del: “Sto rileggendo per la milionesima volta il libro X, sai, è il mio preferito, ogni tanto me lo rileggo…”
Meglio no? Sì, decisamente meglio.
Una donna che ha un tizio di fiducia, sia esso macellaio, calzolaio o carpentiere, fa subito capire al suo interlocutore che non è una fanfarona che se ne va in giro a briglia sciolta, ma che ha i suoi gusti e i suoi standard da rispettare.
Per quanto riguarda la faccenda di avere una conoscenza sommaria di psicologia, astrologia, sessuologia e puericultura, non fate il grosso errore di pensare che questa sia un’opzione facoltativa. Assolutamente no.
Prima di tutto una donna che non sa che gli uomini sagittario scappano, che quelli gemelli tendono a mentire e che quelli leone si incazzano, rischia di avere brutte sorprese. Secondo, avere delle piccole nozioni sul Complesso Edipico e la Teoria dell’attaccamento ti chiarifica un sacco le cose in tema di suocere e paura dei legami. Terzo, una donna che non sa un accidente di niente sui bambini non riuscirà mai ad avere a che fare con un uomo (Vedi Complesso Edipico e Teoria dell’Attaccamento).
Ah, si, conoscenze sommarie di sessuologia. Non credo che sia necessario soffermarsi molto su questo punto. Tutte sappiamo quanto sia importante sapere e sperimentare.
E se c’è qualche Gallina che non è sicura se quello che ha provato l’ultima volta con il suo focossissimo Stallone fosse un orgasmo vero e proprio, mi faccia la cortesia di correre ai ripari.

COSE CHE DEVI FINGERE DI SAPERE ANCHE SE ASSOLUTAMENTE NON LE CONOSCI:

Quest’ultima categoria è la più insidiosa e importante di tutte.
Noi indaffaratissime Galline ci ritroviamo spesso ad affrontare una situazione simile a questa: con una mano a giriamo il sugo, con l’altra a scoliamo la pasta, con la terza mano (che spunta solo in caso di estrema necessità) apparecchiamo la tavola; con un occhio seguiamo il film, con l’altro controlliamo il timer, con un piede passiamo lo straccio sui pavimenti, con l’altro mettiamo gli affettati in frigo, con la voce parliamo al nostro Maschione, con la testa annuiamo, con l’emisfero sinistro pianifichiamo la giornata di domani e con quello destro pensiamo all’amante.
Bene, nonostante le nostre prodezze, siamo consapevoli che, anche se il nostro DNA è carrozzato con il multitasking, è impossibile sapere tutto.
La stessa consapevolezza però non sembra illuminare anche il resto dell’umanità; quindi ci ritroviamo spesso in situazioni dove dimostrare di non sapere alcune cose ci fa fare la figura delle imbecilli sprovvedute.
C’è un rimedio. Ovviamente.
Esistono una serie di strategie che, nonostante la nostra impreparazione, ci consentono di salvare la faccia.
Le situazioni pericolose, sulle quali è bene essere preparate, sono quelle che riguardano la cultura e l’arte.
Non si può sapere tutto e se avete la sfiga di capitare per le mani di un sapientone, o peggio di una mandria di sapientoni, che soporiferamente vi annientano con soliloqui, dovete essere preparate.
La prima cosa da tenere presente è che questo genere di soggetti vuole solo mostrarsi, come le scimmie dal culo rosso; quindi in realtà non hanno alcun interesse a conoscere la vostra opinione.
Annuire inizialmente è una buona strategia, ma il rischio è che il soliloquio diventi insopportabile è parecchio alto. Per cercare di contenere la furia critica del vostro noiossissimo interlocutore è bene, di quando in quando, sparare qualche affermazione; tanto per fargli capire che qualcosa ne capite anche voi e arginare il fiume in piena con il quale il sapientone di turno tenta di travolgervi.
Sappiate per tanto che, per tutte le arti commentare la potenza evocativa, l’impatto suggestivo o la capacità espressiva è la cosa più semplice da fare. “Questo brano ha davvero una forte potenza evocativa” o “In questa poesia l’autore ha una capacità di espressiva notevole” o ancora “L’impatto suggestivo di quest’opera è fortissimo”. Queste frasi sono tutte pas par tout che vi faranno sembrare vagamente competente.
Un’altra cosa importante da fare è ammettere scarsa competenza (in maniera velata, ok, ma dovete ammettere di non conoscere benissimo tutto), questo aspetto è fondamentale perché ogni tanto il vostro interlocutore vi farà delle piccole interrogazioni.
Bene, niente paura, se è veramente competente si accontenterà di una piccola risposta e penserà di giocare su un terreno condiviso, i saccenti adorano giocare all’aggettivazione compulsiva degli argomenti, senza tuttavia entrare nel merito (se fate capire che avete bisogno di essere erudite su un certo argomento, salirà in cattedra e vi tratterà da idiote. Evitate per tanto di farvi beccare impreparate.)
Se l’argomento verte sul cinema d’autore, sarebbe auspicabile averne visto almeno uno (dico uno, non cento).
Prendetelo come compito: guardatevi un film d’autore. (A dir la verità sono certa che almeno uno, anche se non lo sapete, lo avete visto: siamo galline, al massimo pollastrelle, mica oche!)
Bene, la faccenda è semplice, lui vi parla ad esempio di “Film Rosso” di Krzysztof Kieślowski. Voi agonizzate nel panico, non lo avete visto e non volete fare subito la figura dell’idiota. Perfetto rispondete così: “Accidenti, mi riprometto sempre di vederlo, ma ancora non ho avuto occasione.” Lui vi risponderà che è assolutamente imperdibile e inizierà a dirvi qualcosa in proposito. Al primo aggettivo che sfoggia voi cogliete la palla al balzo per agganciarci quell’unico maledettissimo film d’autore che avete visto. Uno qualsiasi. Se lui commenta la drammaticità, l’originalità della fotografia o qualsiasi altra cosa, bene paragonatelo a quell’unico film, che tanto vi è piaciuto e che il tale aggettivo vi ha subito fatto venire in mente. (Vi assicuro che funziona. Io e la mia amica ci abbiamo ottenuto un affitto in una casa da sogno a Firenze grazie a questa tecnica).
La stessa faccenda vale per tutte le altre arti. L’importante è riportare l’interlocutore su un terreno conosciuto agganciandosi ad un aggettivo.
Un’altra cosa necessaria è conoscere qualche curiosità dal sapore vagamente storico e pseudo culturale. Giocarvi la carta della curiosità vi permette di distogliere l’attenzione del vostro interlocutore dal fulcro vero e proprio del tema, togliendovi in questo modo da una tonnellata di impicci.
Per esempio, sapere perché quando si fa un brindisi i calici solitamente si fanno battere l’uno contro l’altro, mi ha tolto da un paio di brutte situazioni (la prima prevedeva che commentassi il gusto di un vino e io davvero non ne capisco niente di vini, la seconda mi ha salvato dagli sguardi di rimprovero dei commensali quando ad una cena, da bella maremmana verace quale sono, mi sono permessa di rompere il silenzio sbatacchiando il calice contro quello della piccola dama incartapecorita che avevo accanto).
Un’altra cosa che è importante fingere di sapere, anche se assolutamente non la conosci, è un qualsiasi rimedio di saggezza popolare. Sfoderare la conoscenza di un rimedio fai da te, ti salva da molte situazioni e ti ammanta di un mistero degno di matrone d’altri tempi. (Evitate, per l’amor del cielo, di tirare fuori la storia che un getto abbondante di alcol è il rimedio che usava la vostra bisnonna contro le emorroidi, o qualsiasi rimedio che chiami in causa cose che poco si addicono ad una Gallina che si rispetti.)
C’è un’altra cosa che è importante fingere di sapere, anche se non la conoscete affatto. Quando siete veramente messe alle strette e la situazione chiama in causa un argomento sul quale proprio non siete in grado di barcamenarvi, fingete di sapere qualcosa su tale argomento, qualcosa di talmente elitario e segreto che proprio non potete svelare. Un esempio?
“Allora che ne pensi della Teoria dei quanti? Ti ha convinto il principio di indeterminazione di Heisemberg?”
Gelo.
“Mi ha convinto? Beh, ti assicuro che dopo le cose che pare siano venute fuori di recente… ne hai sentito parlare vero?” “A cosa ti riferisci?”
Ostenta imbarazzo (tanto visto le cazzate che spari non dovrebbe essere difficile) “No, no, non me la sento di addentrarmi in questa conversazione, si va su argomenti troppo delicati. Sai quando si comincia a chiamare in causa il Vaticano e i Servizi Segreti mi sento un po’ a disagio, tanto ognuno ha le sue opinioni.”

E’ davvero importante sapere qualcosa, anche se non la sa nessuno.



Vostra Gallina sapientona Valentina

Quattro lavatrici in sei giorni



Ho fatto quattro lavatrici.

In sei giorni.

No, non sono spuntati per gemmazione pargoli a profusione, né tanto meno ho deciso di ospitare una mandria di gente nel mio salotto. Siamo ancora in due, io e Jude Law (non che viva improvvisamente con Jude Law, ma il mio Principe dagli occhi Azzurri gli somiglia abbastanza).

E’ possibile che due soli esseri umani, nemmeno tanto attivi, sporchino così tanti indumenti?

Sì, è possibile.

Jude, come molti Principi, non conosce bene la strada che conduce all’armadio, quindi ogni volta che si toglie un indumento non lo ripone sul ripiano dove lo aveva trovato, ma lo lascia sul divano. Se sono fortunata sulla sedia di cucina. Se sono ancora più fortunata sul pavimento. Se sono fortunatissima sul divano, sulla sedia di cucina e sul pavimento (qua è obbligatorio vestirsi a strati).

Inevitabilmente, il giorno seguente, decide che tutto sommato la maglietta del giorno prima non ha intenzione di rimettersela, quindi opta per un nuovo indumento. Dopo due soli giorni, nel divano giace una serie informe di capi d’abbigliamento che la sottoscritta è costretta a raccogliere e portare in un misterioso luogo: il cesto dei panni sporchi.

Long story short: 4 lavatrici in 6 giorni.

La dinamica che sottende a questa sovrabbondanza di vestiario da detergere è sottile, ma individuabile.

Dopo due soli giorni di osservazione ho potuto constatarne alcune componenti determinanti.

LA MORFOLOGIA DELL’ARMADIO DEL MASCHIO

Una caratteristica fondamentale dell’armadio dell’homunculus comunis è che c’è un’indifferenziazione di fondo tra i vari capi di vestiario. Il maschio moderno è armato di jeans nella parte bassa e di t-shirt/camicia/polo nella parte alta. A questi si aggiunge uno strato superiore caratterizzato da una felpa o un maglione. Il maschio può permettersi di mischiare con grande libertà colori e stoffe e il risultato sarà quasi sempre accettabile. Noi donne per contro abbiamo gli abbinamenti: con la gonna plissettata come la faccia di Sofia ci abbiniamo il dolcevita color terra di Siena bruciata, con i pantaloni a zampa di ermellino la camicia con ricamata l’aurora boreale, con i pantaloni a vita bassa il maglioncino acchiappa-baci e così via. La differenza fondamentale è che, mentre noi donne, come delle ossessive compulsive senza macchia e senza paura, ci sentiamo obbligate a far rimare i nostri capi d’abbigliamento non solo tra di loro, ma anche con il nostro umore (e con il micron di reggiseno che si intravederebbe dalla maglia se mai dovessimo improvvisamente essere costrette a ballare la Haka); l’uomo è più libero e può permettersi di improvvisare quale maglia indossare senza preoccuparsi che si abbini proprio con un bel ciufolo niente.

2. FORSE CI SEI, MA NON SO DOVE.

Un altro aspetto fondamentale è che il maschio non ha consapevolezza dei suoi vestiti. Se chiedessi a Jude di indicare a memoria le sue magliette e i suoi pantaloni, dopo essersi sincerato che non mi sia venuta una forma di schizofrenia fulminante, mi risponderebbe di andare a guardare nell’armadio. A conferma di questo il fatto che (e qua sono costretta a lasciare fuori i Metrosessuali e i Gay) spesso il maschio si ritrova, senza accorgersene, privo di un fondamentale indumento.

“Tesoro ma tu hai solo una felpa?” “Boh”.

Esatto. Lui non lo sa, ma ha solo una felpa (se scartiamo quella di 5 anni prima e quella che hai tragicamente occultato dopo un incidente con la varichina). L’amnesia congenita che accompagna il guardaroba del maschio è spesso interrotta da sprazzi di lucidità:

“Tesoro dov’è la maglia rossa?” ti dice fissando inerme l’armadio.

Sai che l’hai riposta nel ripiano delle magliette, ma lui è lì davanti, quindi non può riferirsi a quella maglia rossa: “Quale maglia rossa?”

“Quella rossa!” Risponde il mago dei dettagli con grande capacità comunicativa ed esemplificativa.

Dopo aver passato mentalmente in rassegna i panni che hai messo nello stendino e quelli che hai fatto sparire dopo un incidente di lavaggio rispondi “Nell’armadio”

“Non la trovo…” Il tono di lui si fa sempre più disarmato. Opti per un intervento in loco (ovviamente la discussione fin’ora è avvenuta a distanza, te urli dalla cucina mentre lavi le tazze da colazione e lui urla dalla camera mentre in mutande osserva l’armadio).

Ovviamente la maglia è nell’armadio, nel ripiano delle magliette, davanti ai suoi occhi, ma lui probabilmente ha un’agnosia selettiva per le maglie rosse e non l’aveva vista.

Ad una donna questo accade solo per sovrabbondanza di maglioni e megliette nere. Vuoi la maglia nera? Armati di buona pazienza, la legge di Murphy farà in modo che tu debba spiegare tutte le maglie nere che hai prima di trovare quella che cerchi.

3. LA SINDROME DEL CALZINO:

Inutile soffermarsi su quanto per una donna la biancheria intima sia un cruccio. Mutande e reggiseno non solo vengono acquistati per essere abbinati tra di loro, ma spesso si trovano in perfetta armonia anche con le calze. La donna possiede una grande varietà di calze e collant specifici per ogni occasione, calzini di varie lunghezze fantasie e colori adibiti a vari usi: calza di spugna con pon-pon per scarpe sportive versione sbarazzina, calza di spugna con risvolto tono su tono per scarpa da ginnastica versione fanatica dello sport; fantasmino color carne per decoltè, gambaletto velato per scarpa con il tacco, calzettone a righe per stivali comodi, gambaletto 10 denari e tubetto di vasellina per stivali stretti, doppio calzino per stivali larghi ma che erano in saldo, calzettone di lana con antiscivolo per la notte e via dicendo.

Il maschio d’altro canto possiede biancheria intima indifferenziata. Mentre noi ci torturiamo con abbinamenti e modelli di mutande interdentali, loro eligono una preferenza e vanno giù di lì, senza problemi. Jude ha solo boxer aderenti grigi e calzettoni di spugna. Fine della storia.

E per di più non gli interessa affatto, anzi a dir la verità non so neanche se se ne è mai accorto. Questa mia costatazione ci conduce direttamente verso un altro aspetto fondamentale, quella strana malattia che colpisce 8 maschi su 10: la sindrome del calzino solitario.

Il maschio perde il calzini. In questo preciso momento, sopra la mia lavatrice giacciono sconsolati 4 inaccoppiabili esemplari di spugna. Tutti suoi.

Il calzino spaiato è solo la punta dell’iceberg. Chissà quanti altri indumenti sono andati smarriti dei quali purtroppo non vi è rimasta traccia alcuna? L’uomo non ha consapevolezza dei suoi indumenti (fatta eccezione per la maglietta della squadra del cuore).

4. IL FETICCIO:

Tutti noi, uomini e donne, abbiamo i nostri feticci.

Il feticcio è quell’oggetto, in questo caso quel capo d’abbigliamento, al quale sono connessi così tanti ricordi ed esperienze dal quale proprio non te la senti di separarti. Per quanto vecchio, fuori moda, mal concio sia, non c’è niente da fare, rimane nel tuo armadio.

La donna media ha solitamente da 2 a 4 scatole piene di feticci di abbigliamento.

Esatto: 2 o 4 scatole. Non è ancora chiaro per quale incidente genetico, ma noi donne non siamo in grado di buttare via nemmeno i vestiti della prima superiore. Schiave e vittime della moda e dello shopping consolatore, riempiamo i nostri scaffali di abiti-occasione, abiti-griffati, abiti-indispensabili, abiti-simil-grande-marca e abiti-copia (“mi ci sono trovata così bene con questo modello…ne ho comprati altri 3.”). Com’è noto, il ciclo di vita di un vestito medio non si spinge mai oltre le due stagioni (molto più spesso una) e di tutta quella mole di abbigliamento che ne facciamo? E’ presto detto, come delle brave illusioniste la trasformiamo in capienti scatole riponi biancheria. Sì, proprio quelle che ti monti da sola la domenica pomeriggio dopo un pellegrinaggio Ikea, quelle che si chiudono con i bottoni e che hanno la finestrella che ti lascia intravedere il marasma all’interno.

Il maschio no. Il maschio butta via. Il maschio conserva 1, massimo 2 feticci e poi si sbarazza del superfluo. Senza rimpianti, senza sensi di colpa. Il maschio usura il capo e poi lo getta.

5. NON MI RIESCE:

Ci sono poche cose che i maschi ammettono di non saper fare. Davvero poche. E spesso, nonostante rimangano grigliati come fette di melanzana cambiando una lampadina, difficilmente ammetteranno di non essere in grado di fare qualcosa. Al massimo non hanno voglia o non hanno tempo, ma lo sanno fare. Questo vale per tutto eccetto che per una cosa: la lavatrice.

Jude una volta mi ha annunciato tronfio che avrebbe fatto una lavatrice. Ogni due indumenti mi chiedeva se era il caso di aggiungere quel determinato capo al carico. Alla quarta volta selezionato io i vestiti accompagnando i miei gesti da chiare spiegazioni: “Tesoro se facciamo i bianchi, mettiamo solo i vestiti bianchi. Vedi, questo è bianco e lo mettiamo, questo è rosso e non lo mettiamo…”. Alla fine della difficile selezione mi allontano e torno alle mie faccende e lui si dirige sicuro in direzione della lavatrice. Devo ammettere che questa sua prodezza mi stupisce non poco.

Lo stupore si affievolisce quando, dopo 4 secondi: “Tesoro puoi venire un attimo?” L’emergenza era: dove metto cosa? “Allora il detersivo va nello spazio grande, un misurino. L’ammorbidente va in quello piccolo, un misurino anche di quello.”

Dopo un nanosecondo mi richiama: “E’ questo il detersivo?” “Esatto” “e l’ammorbidente?”. Armata di voce da casalinga da spot pubblicitario indico il flacone e gli mostro la scritta a lettere cubitali della parola AMMORBIDENTE.

Inutile dire che dopo un secondo mi ha richiamato per sapere con esattezza quale programma avviare e come fare per avviarlo.

Mie care Galline e Polli allo spiedo, 4 lavatrici in 6 giorni sono solo il chiaro risultato di una soggiacente anomalia. All’uomo non interessano i vestiti, sono solo una cosa che ti devi mettere quando hai freddo e togliere quando hai caldo.












Inutile dire che quando ho detto a Jude che ho fatto 4 lavatrici in 6 giorni mi ha risposto “Beh, però una volta l’ho fatta anche io!”


Vostra Gallina lava-asciuga Valentina