Donne Purgatevi

C'è da dire che la donna è sempre in una condizione di infelicità ed insoddisfazione perpetua quando si confronta con il mondo maschile. Siamo delle megere bigodini e manicure sempre pronte ad avventarci come falchi contro la preda più debole, lamentose, petulanti, competitive e sempre alla ricerca di ciò che non va. 
Mia nonna (Le nonne la sanno sempre molto lunga) commentava così quando qualcuna non si accontentava di quello che aveva e continuava a trovare problemi su problemi anche quando erano risolvibili: "Allora se non va bene…PURGATI!"
Non so esattamente che cosa volesse dire, però secondo me aveva ragione. Se gli uomini li mandiamo all'inferno, beh le donne sono indubbiamente da PURGATORIO.
Nell'antipurgatorio dantesco troviamo la SPIAGGIA. La spiaggia è una specie di terreno di prova dove noi donnine approdiamo e ci rendiamo immediatamente conto che abbiamo il culo troppo grosso, le tette troppo piccole, la pelle troppo chiara, i capelli che con la salsedine diventano ribelli come i rivoluzionari francesi. Insomma già dall'antipurgatorio capiamo che davvero la strada è dura!
Al primo ripiano troviamo le SCOMUNICATE.

Uomini andate all'Inferno


Prima di approdare nel favoloso mondo della convivenza e dell’economia domestica, ho collezionato una serie di incontri sbagliati più o meno significativi. Una lunga collezione di personaggi sgradevoli come la sabbia nel letto e fastidiosi come un rubinetto gocciolante. 
Come superare i traumi lasciati da questa collezione di relazioni all’etanolo? La mia Migliore Amica, dopo attenta rimuginazione, mi ha suggerito di mandarli tutti all’inferno così da non pensarci più. Dopo aver riflettuto sul suo consiglio, ispirata dalle peripezie dantesche, ho deciso di dare ascolto alla saggezza della mia amica. Li ho mandati tutti all’inferno.
Nell'Antinferno Dante ci mette gli IGNAVI, i neutrali, quelli che non sono stati capaci di prendere una posizione; tutti quegli invertebrati che vanno in crisi e chiamano la mamma per sapere se è meglio indossare la cravatta rossa a righe verdi o verde a righe rosse; tutti quei tipi che alla domanda "dove andiamo oggi?" rispondono "E' uguale…" allora se è uguale perché non accompagni la tua prozia al cimitero?
Nel primo cerchio troviamo i NATI PRIMA DI CRISTO, avete presente?

Perché Sanremo è Sanremo

Mi ero ripromessa di non perdermi il Festival quest’anno. Una promessa piuttosto stupida e sicuramente meno impegnativa di molte altre (mi ero anche ripromessa di mettermi a dieta), ma da quando vivo a Glasgow, seguire il Festival è diventato quasi un dovere civico nei riguardi del mio paese.
Tanto per cominciare, la storia dell’Eurovisione è una bufala. Io non ho la tv, ma ho l’accesso ad internet ed è sufficiente accedere al sito della Rai per scoprire che sono tanto spiacenti, ma se non hai un Ip italiano il Festival te lo scordi.
Superato l’intoppo eurovisivo e appoggiatami ad un sito che trasmette la Rai in streaming, mi sono potuta finalmente godere l’esilarante spettacolo.
L’unica anticipazione della quale disponevo era l’assenza di Morgan. Ecchissenefrega di Morgan.
La Clerici mi è parsa sin da subito poco credibile e poco adatta alla conduzione e, soprattutto, con una costumista ingrata. Venerdì ha sfoggiato uno strepitoso look da trota del Mar Baltico, con tanto di squame. Povera Antonella. La prima volta che ci risparmiano con una serie di gnoccolone alte un metro e novanta per 45 chili, decidono di imbozzolire la normopeso con abiti sgrazianti.

Proporzioni prêt-à-porter

Le quattro proporzioni che sto per proporvi sono delle regole fondamentali da seguire. Trasgredire ad una di queste, significa inevitabilmente fare una pessima figura. Ogni Gallina che si rispetti deve sempre tenerle a mente e regolarsi di conseguenza.

LG=-SM La lunghezza della gonna deve essere inversamente proporzionale alla scollatura della maglia.
Vuoi indossare la minigonna effetto cintura? Perfetto, metti una maglietta non scollata. Se invece preferisci esporre i geranei sul tuo prosperoso davanzale devi dare un'allungatina alla gonna. Una minigonna che lascia intravedere le ovaie e un top che copre a melapena i capezzoli, non si indossano insieme. Come dice Figaro "Uno alla volta, per carità"

O=-R La quantità di ombretto deve essere inversamente proporzionale

Fotografie da rimorchio

Mi rivolgo alla signorine iscritte a Facebook.
Galline mie, se siete iscritte a questo mirabolante social network spinti da un disperato impulso alla riproduzione e da una volontà conclamata all’abbordaggio, fatemi il favore di selezionare con un po’ più di attenzione la foto che appare sul vostro profilo.
Ci sono delle immagini che non giovano in alcun modo alla promozione personale e non vi avvicinano neanche di un passo al meraviglioso mondo della vita di coppia, caso mai vi danno un biglietto di sola andata su un regionale Trenitalia verso Single-Land.
Le foto assolutamente da evitare sono:
La 2T. Le foto “due ti” sono quelle con l’improponibile inquadratura dall’alto. Quelle che, per un costruitissimo studio di angolature, finiscono per inquadrarti solo Testa e Tette (da qui il nome 2T). La testa, in maniera estremamente innaturale, è rivolta verso l’obiettivo ed è impietosamente segnata da un’espressione improbabile e spesso ad occhioni sgranati. Poco più in basso, proprio al posto delle tonsille, scoppiano, dentro un push up pressurizzante, due mega bocce degne di miss maglietta bagnata. No, Galline mie, così non va bene. A meno che il vostro obiettivo non sia rimorchiare un quattordicenne in pieno subbuglio ormonale o un uomo maturo con la passione per le pin-up, vi consiglio di cambiare strategia.
La Maya Desnuda. Santi numi e santa pazienza, ma, seriamente, vi sembra davvero una buona idea mostrare le proprie grazie sul profilo di un social network? Non c’è bisogno di mettersi in bella mostra spalmate come uno Spuntì tra cuscini e veli. Più che un fidanzato troverete un ingaggio per lavorare in un night.
L’autoscatto nel wc. Capisco che non sempre si ha la possibilità di usufruire di una sacrosanta privacy, ma il bagno non mi pare proprio il set fotografico più indicato da scegliere per le vostre foto. Per quanto, mie astute Galline, cerchiate di camuffare l’inghippo, il piastrellato con grechina che si intravede dietro la vostra perfetta posa vi tradisce senza pietà. Che interesse potrà mai suscitare una che, seduta nel gabinetto di casa, usufruisce della luce fioca della toilette per autoimmortalarsi? Con una foto del genere invece di raccattare un bel fusto,al massimo riuscirete a rimorchiare Mastrolindo.
Il bacio saffico. Con i tempi che corrono mettere nel proprio profilo un’ammiccante foto nella quale, castamente s’intende, vi slinguazzate sbronze (o presunte tali) la vostra migliore amica, potrà, al massimo, portarvi a fare qualche comparsata tra il pubblico di qualche talkshow, ma difficilmente vi aiuterà a trovare un fidanzato. Già i nostri poveri Galletti sono confusi e impauriti da quello che hanno conosciuto come sesso debole, se fate così lì terrorizzate del tutto.
L’intruso. E’ possibile che tra tutte le foto non siate riuscite a trovarne una dove siete vestite e da sole? La foto con l’intruso è un classico. Solitamente l’ambientazione è estiva e vacanziera e il vostro compagno vi abbraccia. Un bellissimo quadretto ricordo, degno degli rvm della De Filippi. Lasciate che rimanga tale e non mozzate il poveretto con un maldestro e approssimativo impeto da Photoshop. Alla fine, sul vostro profilo rimarrete voi e la spalla mozzata del vostro ex che vi abbraccia. Immagine accattivante solo per Dario Argento e Quentin Tarantino.
Attacco artistico. Se vi viene voglia di vedere come starebbe la vostra faccia sulla copertina di Vogue, sul corpo di Pamela Anderson, su un cartellone pubblicitario, riflessa negli occhiali di quello gnoccolone di Pitt o su una banconota da un dollaro, fate pure. Ma non mettetela come prima cosa che si vede di voi. L’effetto di ilarità, che tanto ti ha trasportato mentre ritoccavi e montavi come una forsennata la tua faccia su ogni situazione ed essere vivente, scompare dopo poco. Esattamente dopo il primo commento riferito ad una tua foto reale, nel quale, il ragazzo che flirta con te da un po’, puntualizza di come il fotomontaggio sul corpo di questa grassona sembri quasi vero.
Il monumento. Sullo sfondo il Big Ben, in primo piano il sorriso di colei che si è mossa per la prima volta da casa alla veneranda età di 26 anni ed ovviamente non ha più ripetuto l’esperienza. Vedere un’entusiastica signorina in tenuta turistica da gita delle medie che sfoggia orgogliosa un monumento davanti al quale mezza popolazione mondiale ha scattato la stessa foto, dà tragicamente l’impressione che non vi siate mai mosse dalla provincia del vostro paese. L’unico che potete rimorchiare è il vostro vicino di casa, ma direi che utilizzare Facebook per rimorchiarvi il vicino di casa è davvero uno spreco di tempo.
L’infanzia perduta. Sfoggiare sul vostro profilo la foto di quando avete messo il primo dentino, non solo è fuorviante, ma fa automaticamente scappare il maschio. Il maschio meno attento scappa perché insospettito che si tratti della vostra prole, il maschio più avvezzo scappa perché conosce il detto: bella in fasce brutta in piazza.
Lo specchio. Mettere sul profilo la propria immagine immortalata con il telefonino, mentre sorniona si riflette nello specchio di qual si voglia stanza della casa, non è attraente, non è sexy e non aiuta a rimorchiare. Mi care adepte di Narciso e vittime del fascino del fatto in casa, la flashata che si staglia sullo specchio non fa certo l'effetto spotlight da copertina, piuttosto illumina il fatto che non avete uno straccio d'amica disposta ad immortalarvi. La solitudine amicale è nemica del rimorchio.

E voi miei arguti osservatori delle dinamiche sociali, quale pensate che sia il genere di foto da profilo Facebook che, nonostante l’evidenza dell’intento, ne sordisce l’esatto contrario?

Vostra poco fotogenica Gallina Valentina

Di mamma ce n'è una sola


Una cosa assolutamente da non sottovalutare è la mamma del maschio. Specialmente se la mamma in questione è, per l’appunto, la mamma del vostro maschio.
Ci sono varie tipologie di suocere che possono essere letali come l’antrace e che spesso hanno l’abilità di trasformare il proprio amato tesoro in un partner ammorbante ed involuto.
Anche se non si ha la possibilità di incontrare direttamente la sacra dispensatrice di vita virile, si deve iniziare a sospettare che ci sia sotto qualcosa se il vostro baldanzoso Tafano Reale, sin dai primissimi incontri, butta qua e là come un contadino alla semina, la parola Mamma. 
Tafano Reale:“Sono stato benissimo con te oggi, ti chiamo domani per un caffè”
Gallina: “Anche io sono stata bene”
Tafano Reale: “Scappo adesso, ho promesso a mamma che sarei rientrato presto”
Gallina: “Non preoccuparti, a domani” 
Infatti quelle che si devono preoccupare siamo noi ingenue Galline. Pronunciare una parola che viene imparata durante il periodo della lallazione non è virile e quindi, miei amatissimi Tafani Reali, evitate di farlo. Ma cosa ancora più importante, questa tenera e dolce parolina, ricordo di dolci momenti di culla, deve subito farci capire che la sua presenza sarà costante ed ingombrante più di un divano-letto. Il mammone lasciamolo a casa sua. Con mamma appunto.
Altro indizio che deve subito farci capire che non è aria è quando il nostro aitante Anguillone Fiumano parla della propria madre usando nomi o pseudonimi sospetti. Tra i più sospetti “Produttrice Biologica” (nome utilizzato da un uomo che adesso si chiama Francesca), “Principessa dallo sguardo triste” (nome utilizzato da un giovanotto di 45 anni che ovviamente non ha ancora trovato l’anima gemella) e “Patatina”/“Farfallina”(Non credo sia necessario spiegare quali siano le implicazioni che correlano col fatto che il vostro spasimante chiami la propria madre con un nome che può essere tranquillamente utilizzato per riferirsi colloquialmente alla vagina). 
Un altro parametro da non sottovalutare è la sottile ma netta linea di demarcazione che esiste tra una madre smaliziata e Giocasta. Una madre smaliziata può mettervi in imbarazzo ficcando il naso nella vostra vita sessuale: “Insomma, dimmi un po’, com’è mio figlio a letto? E’ uno stallone? Io posso garantirti che qualche anno fa c’ho fatto un bel discorsetto e gli ho spiegato bene cosa piace ad una donna!”. Una madre Giocasta invece di ficcare il naso nella vostra vita sessuale, tenta in tutti i modi di esserne morbosamente partecipe: “Tesoro, ti vedo stanco. Perché non ti rilassi un po’? Io intanto ti preparo un bel bagno caldo con tanta schiuma e poi ti lavo la schiena”. Avrete la consapevolezza di avere a che fare con una madre Giocasta quando, mostrandovi una foto che la ritrae con il figlio, commenta: “Tutti ci scambiano per fidanzati”. Ed è proprio così, se il vostro spuffurino d’amore è figlio di Giocasta, non avrà mai uno spazio per voi e la vostra amata suocera tenterà di rendervi la vita impossibile.
Altro chiaro segnale assolutamente da monitorare è l’eccettuazione ripetuta post qualunquismo. “Le donne sono tutte acide. Eccetto mia madre”, “Le donne sono tutte imbranate al volante. Eccetto mia madre”, “ti amo come non ho mai amato nessun’altra donna. Eccetto mia madre”, “Le donne di oggi non sono più dedite alla famiglia come lo è mia madre”. Prima di fuggire a gambe levate ricordatevi di dire al vostro eccettuatore folle che “Tutte le donne ti scaricheranno, eccetto quella santa donna di tua madre, sfigato qualunquista”.
Ci sono almeno altre tre frasi che devono obbligarvi alla fuga immediata (e se necessario anche al cambio di taglio di capelli, di numero di cellulare e nome all’anagrafe): 
  • “Mia madre è il mio ideale di donna” = devi diventare come mia madre
  • “Assomigli tanto a mia madre” = devi diventare come mia madre
  • “Dovresti somigliare più a mia madre” = devi diventare come mia madre

Un altro tipo di maschio pericoloso è quello che di quando in quando si diletta nel gioco delle differenze. Il gioco delle differenze consiste nella semplice puntualizzazione della differenza, senza aggiungere altro, ma ha la capacità di mettervi sotto pressione e di farvi sentire più osservate degli inquilini della casa del Grande Fratello. “Li pulisci così i fornelli? Mia madre invece usa il Cif” ,“Lo tieni lì il caffè? Mia madre lo tiene in un barattolo ermetico”, “La sali ad occhio la pasta? Mia madre usa un misurino”, “Le pieghi così le lenzuola? Mia madre fa in un modo tutto diverso”, “Non ci metti il peperoncino nel sugo? Mia mamma ne aggiunge sempre una puntina”. Dolcissimo e adoratissimo tesoro mio, visto che ti piacciono così tanto i giochi sono felice di annunciarti che d’ora in poi avrai la possibilità di fare un bel solitario cinque contro uno.
Altro simpatico elemento che viaggia temerario ed ignaro sulla rima del vaffanculo, è il figlio modello. Se intuite che il vostro papabile impollinatore di giunchi primaverili è stato o, peggio ancora, è tutt’ora considerato dalla madre un figlio modello, sbarazzatevene. Le motivazioni per le quali “il figlio modello” è un cattivo indizio per una Gallina che cerca il proprio Galletto, sono molteplici. Prima di tutto la madre tenderà a giustificare sempre e comunque la condotta del figlio: “Cara, è stata solo una scappatella, mio figlio è un uomo speciale”, “Cara, con tutti i sacrifici che fa durante la settimana, mica pretenderai che nel weekend stia con te, ha anche lui diritto di svagarsi, povero caro”. Secondo, il vostro baldanzoso “figlio modello di madre giustificante” sarà probabilmente un maledettissimo Dr. Jekyll pronto a trasformarsi in Mr Hide ogni volta che non è sorvegliato dal vigile e bonario occhio materno. Terzo, ma non ultimo, i “figli modello e bipolari, di madri giustificanti” pretendono che la loro fidanzata si trasformi in una “vergine pia accogliente e prodiga custode del focolare” ogni volta che la casta coppiola si appresta ad incontrare la cara suocera che pretende di essere chiamata mamma anche da noi, e che, una volta a casa, senza la madre tra le scatole, diventi una “battona, spregiudicata, ultras, con tendenze lesbo-fetish”. Capite che il gioco non vale la candela.
Altro aspetto sul quale mi sento di spendere due parole è sull’autonomo-dipendente-invischiato-schiavizzatore. Questa tipologia è particolarmente ostile da individuare. Il vostro Edipo si presenta con tutte le carte in regola. Ha circa trent’anni, un lavoro, una casa, pratica sport, ha svariati interessi e sa come farvi ridere e sentire speciale. Questo è ciò che vi appare per il primo mesetto. Poi casualmente venite a sapere che la casa non è di proprietà, ma in affitto. Niente di strano, se non fosse che l’affitto lo paga mamma con il secondo lavoro. Dopo poco scoprite, sempre casualmente, che la spesa la fa la mamma, perché lei sì che sa scegliere i cibi migliori. Poi rapidamente vi rendete conto che, tutto sommato, per lui è più comodo passare a prendere il pranzo e la cena a casa da mamma, tanto lei cucina comunque e poi, in questo modo, il vostro Edipo coglie l’occasione per ritirare i panni lavati e stirati e portarne altre sporchi e bisunti. In breve tempo vi accorgerete, che nella sua casa ci dorme solo il fine settimana, ma che dal lunedì al venerdì è più comodo dormire a casa di mamma, che non ha la capacità di comprarsi nemmeno un paio di mutande e cuocersi un uovo al tegamino e che, alla fine, fa tutto questo perché così sua mamma è contenta. Il che probabilmente è anche vero.

Mi domando, adesso, ma questi soggetti ho avuto il piacere di conoscerli solo io, o c’è qualche disgraziata che ha avuto a che fare con qualche esemplare sopra citato?

Detto questo Galline mie, meno male che di mamma ce n’è una sola.

Vostra Gallina avrò un figlio maschio e sarò una madre terribile Valentina

Una dozzina di cose che odio


  • I semi della frutta: fondamentalmente perché non sono capace né di sputarli né di ingoiarli. Guardare un film russo senza sottotitoli è più divertente che vedermi mangiare l'uva. 
  • Il “Lei”: sia darlo che riceverlo. A differenza di tutto il resto del mondo, lo interpreto come la volontà di mantenere le distanze. Per di più quando gli adolescenti mi danno del “Lei” mi sento come un maglia di lana a pois: terribilmente vecchia e fuori moda.
  • “La hoha-hola hon la hannuccia horta e holorata”: piccolo tormentone iniziato da qualche simpaticissimo buontempone scassa palle, è il modo più originale che il non-toscano che ti hanno appena presentato riesce a partorire per rivolgerti parola. Dovete sapere che noi toscani aspiriamo la C principalmente quando questa si trova preceduta da una vocale. Amiho, gioho, mio hugino, una hosa. Mentre quando è preceduta da una consonante tendiamo a pronunciarla correttamente: il cugino, il colore, per cortesia.
    –Non-toscano: “vai a hasa?”
    -Toscano: “No, vado a casa e tu vai a fanculo?” (a casa fa eccezione. Anche se è la C è preceduta da una vocale non viene aspirata). 
  • I parassiti: sia insetti che umani. Qualsiasi essere che vive alle spalle di qualcun altro e si riproduce a sua insaputa mi disgusta. In oltre, tendo a diffidare di qualunque cosa possieda più di 4 zampe.
  • Le frasi eco-sotenibili: quelle a risparmio energetico, grammaticale e sillabico. “Oky, allora ci si stase. Al Chatta per un ape? O meglio doma al tocco e un quarto con Fra?” Sparati
  • Essere rincorsa: se corro, vuol dire che scappo (sono troppo pigra per correre per altri motivi). Se scappo non mi rincorrere, di sicuro mi raggiungi (Ho già detto che sono pigra? Ecco. Non c’è possibilità che sia più veloce di te). Con me le scene romantiche di due gioiosi amanti che si rincorrono su un prato non funzionano.
  • Aspettare: se abbiamo deciso, si fa ora. Subito. Non si aspetta. Nella stessa categoria metto gli orari e le scadenze; sempre di attesa si tratta. 
  • Quelli che sanno cosa studio e: “Che cosa studi?” “Psicologia” “Ah anche io sono un po’ psicologa, sai tutti mi cercano per parlare, non ho avuto bisogno di studiare, sono portata per farlo” Certo, io invece la studio perché non ci sono portata. Oppure: “Che cosa studi?” “Psicologia” “Uh-uh, dai. Dimmi. Che cosa hai capito di me? Come ti sembro?” Scema. Ed infine “Che cosa studi?” “Psicologia” “Ah, senti, non ti vorrei disturbare, ma ho bisogno di un tuo parere. Mio figlio si è lasciato con la fidanzata, è triste, depresso, proprio depresso. Depressissimo. Non dorme, non va a lavoro, è triste. È proprio depresso. Volevo sapere…secondo te è depresso?” 
  • Le fregature: in modo particolare quelle innocenti e senza motivo ritengo che siano più gravi di quelle perseguibili per legge. “Ti è piaciuto il pollo?” “Si buonissimo, davvero!” Fragorosa risata dell’interlocutore “Non era pollo, era coniglio, hai visto che lo mangi?” Fottiti, tu e quel bastardo di Bags Bunny.
  • L’ottusità: in senso assoluto credo che sia la cosa meno edificante del genere umano. Solitamente le persone ottuse sono anche poco intelligenti e spesso pesanti. Proprio non riesco a digerirle.
  • La carne che sa troppo di carne: praticamente quasi tutta la carne mi disgusta. Non è una questione di dieta vegetariana, non mi piace proprio, né il sapore, né l’odore. Tirando le somme mangio solo pollo e maiale (a patto che sappiano poco di pollo e poco di maiale).
  • Il sotto del letto: mi terrorizza. Sotto il letto, com’è noto, riposa il mostro del letto che, quando meno te lo aspetti, ti afferra per le caviglie e ti trascina in un buco nero senza fondo. Per i primi 24 anni della mia vita mi sono lanciata sul letto da un metro di distanza (slancio atletico finalizzato all’evitamento delle grinfie del mostro), poi ho comprato un letto senza gambe, di quelli che appoggiano direttamente sul pavimento, tiè.




P.S. Voi avete la vostra dozzina di cose che odiate?


Vostra Gallina "Io Oooodio" Valentina

Mi chiamo Michizuele


Nel bel mezzo del cammin verso la scuola di inglese (non mi sono ritrovata in una selva oscura, ma ho patito comunque le pene dell’inferno per il freddo), ho cominciato, evidentemente non in pieno possesso delle mie facoltà mentali, a canticchiare Ambaraba Cicci Coccò.
Ve la ricordate? Non so in quale ombroso andito della mia psiche si fosse nascosta e non so da quanto tempo se ne stava lì sorniona senza dare cenni di presenza, fatto sta che oggi è spuntata fuori.
Quando ero bambina io, Ambaraba Cicci Coccò era un vero must.
Una specie di regina indiscussa delle filastrocche e cantilene che si trasformavano in “conte” seleziona sfigato ogni volta che c’era da decidere chi doveva fare il lavoro sporco durante un gioco.
-Si gioca a Lupo Mangia Frutta?
-Siiiiiiiiiiiiiiiiiii
-Chi lo fa il Lupo?
Silenzio e sguardi evasivi
-Lo fai te!
-No!
-Allora si fa la conta!
E radunati in cerchio iniziava la cantilena.
Sarà stata la purezza e l’innocenza dell’infanzia, sarà stato l’inizio sillabato totalmente privo di senso, fatto sta che non avevo mai riflettuto sul fatto che quella scostumata della figlia del dottore fa l’amore con tre civette.
Scherziamo? Tre civette se ne stanno sul comò a copulare in un’orgia zoofilica con la figlia di un certo Dottore. Poi ci credo che il povero Dottore alla fine si ammala.
Sconcertata dalla grande e triste rivelazione ho ingenuamente pensato che si trattasse di un caso isolato, una piccola innocente nota pornografica finalizzata a confondere le fertili e versatili menti infantili.
Poi mi è venuta in mente Macchinina rossa rossa.
La versione che si cantava nella mia scuola era più o meno questa:

Macchinina rossa rossa dove vai?
A Roma
Roma è una bella città dove l’amore si va e si fa
E quanti chilometri farai?
3
1,2,3 ad uscire tocca proprio a te.

Roma è una bella città dove l’amore si va e si fa? Ma che motivo c’è di creare una filastrocca per bambini che inciti alla svelitna fuori porta? Per quale strano motivo è stata puntualizzata questa peculiarità cittadina? Mi ricordo che pur non avendo mai realmente prestato attenzione al testo della filastrocca, questa in particolare mi dava un senso di emancipazione. Sarà che dopo la prima domanda “macchinina rossa rossa dove vai?” il mal capitato doveva rispondere con il nome di una città, sarà che quello che rispondeva Parigi mi dava l’impressione di essere già un bambino di mondo, trasgressivo e scafato; mentre quello che rispondeva Scarlino veniva rapidamente depennato dalla lista dei bambini da invitare al compleanno, sarà anche che la macchinina rossa rossa richiama immediatamente alla mente la Ferrari, ma ripensandoci bene, la consapevolezza che nel mondo esistesse un posto “dove l’amore si va e si fa”, senza pensarci troppo su e farsi troppi problemi, deve avermi segnata.
Ma una delle conte che mi ha segnato di più, è indubbiamente Mi chiamo Michizuele.
Chi sarà mai stato quel bambino con questo nome così esotico e nobiliare? Sì, perché il discolaccio (nella mia immaginazione di bambina di otto anni era un mio coetaneo) non si chiamava solo Michizuele, no. Si chiamava Michizuele H Manuele. Un conte? Un barone forse. Un giovane ereditiero inglese: Sir Michizuele H Manuele. Sempre nelle mie fantasie, Michizuele era un bambino ricco con dei genitori pomposi che gli avevano messo il nome più lungo dell’indirizzo di casa, così per non complicare le cose avevano optato per abbreviare con la sola iniziale il secondo nome, da qua Michizuele H. Manuele. Ovviamente Michizuele era straniero, con un nome così non poteva essere italiano. All’epoca per me se eri straniero e maschio eri per forza inglese (se eri femmina potevi anche essere francese). Quindi Michizuele era inglese.
Comunque, al di là della mie supposizioni sulla storia del caro Michizuele, la filastrocca continua con un messaggio di speranza e rassegnazione: mi risposerò, uo uo.
Sì, esatto. Michizuele era già stato sposato una volta, ed ora, era già pronto per una nuova relazione dopo il fallimento del primo matrimonio. In fin dei conti era la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta, il divorzio era una realtà consolidata, e io, da figlia di genitori divorziati, ero abbastanza soddisfatta che la questione ricoprisse anche un ruolo nelle filastrocche.
La cosa che invece non avevo mai colto fino in fondo è nascosta nell’ultimo verso: Si chiamava Domenico cià cià cià ua, cià cià cià ua uao, flic floc.
Ma allora, come cazzo ti chiami? Michizuele H Manuele ereditario fighetto inglese con un passato di donne e lussuria? O Domenico, sfigato, squattrinato e piantato in asso dalla moglie?
Niente di tutto ciò. Capisco solo adesso, con un po’ più di esperienza e di vita vissuta che Domenico era il nome del partner di Michizuele e che quel “si chiamava Domenico” non è altro che un ricordo riemerso a fior di labbra.
Questa Filastrocca dovrebbe essere eletta la canzone dei diritti sociali. Divorzi, matrimoni gay, secondi matrimoni, se arriva alle orecchie del Santo Padre viene fuori un putiferio.
Vi ricordate quella filastrocca che parla del ponte? Il famosissimo Ponte di Baracca? Ecco, il testo di questa adorabilissima filastrocca narra di un tale Pierin, che trovatosi di fronte all’impellente bisogno di evacuare, ha la brillante idea di approfittare dell’ombra del ponte. Data probabilmente una dieta non sana o un qualche problema non risolto nella fase anale freudiana, si ritrova ad affrontare una cacca non dura, ma bensì dura dura, che un medico coprofilo, passato di lì per caso, decide di misurare. La narrazione si conclude rivelando al pubblico assetato di conoscenza che il missile di Pierin misurava ben 33 centimetri e che ad uscire tocca a te.
Un’altra perla degna di nota è quella che racconta dei tre cacciatori:

C’erano tre cacciatori che andavano a caccia
Erano Bocchino, Boccone e Boccaccia.

Ma proprio bocchino lo dovevano chiamare? Non andava bene uguale se lo chiamavano Boccuccio?
Per quanto mi sia sforzata di ricordare altre filastrocche, l’età e un sano meccanismo di rimozione mi consentono di ricordare soltanto un’altra primizia. Più che una filastrocca è un messaggio subliminare della Philip Morris: Passa paperino con la pipa in bocca. Che associare la figura di un cartone animato al fumo non sia una buona idea, è stato capito solo dopo, quando ormai una generazione di fumatori accaniti era già stata sfornata.

Vostra Gallina che fa la cacca con la pipa in bocca Valentina


Lindor o Pollo Fritto?

Ho scoperto due parole che dividono in mondo.
Due aggettivi che determinano la consistenza delle cose e dell’esistenza intera.
Due modi di essere che, se congiunti in un’unica essenza, ti conducono alla perfezione.
Crunch e Smooth.
Esatto: Crunch e Smooth. Non Croccante e Liscio alla moda di noialtri. Crunch e Smooth.
Dopo numerose e sofisticatissime ricerche (molte delle quali prevedevano l’osservazione prolungata di pubblicità televisiva e lettura accorta di impegnatissime riviste dedicate al mondo della moda), ho scoperto che queste due parole raccolgono al loro interno un mondo denso di significati. Comprendere la complessità di questi due concetti è sicuramente un’ardua faccenda; ma visto che non sono in altre faccende affaccendata condividerò con voi, mio assetato Pollame, i risultati delle mie osservazioni. 
Crunch è tutto ciò che fa quel rumorino godurioso quando lo mangi, quello del riso soffiato affogato nella cioccolata. Crunchy è quella cosa che ti rinvigorisce, esattamente come un pomeriggio di sesso sfrenato cominciato senza preliminari, è quella imprevista, inaspettata come quando scopri le banconote nei jeans che hai appena tolto dalla lavatrice (quando si dice lavare il denaro sporco eh?). Crunch è quello che adesso c’è, ma come per magia potrebbe abbandonarti (proprio come il vetro di una finestra: ora c’è, dopo una pallonata ti abbandona). Le donne Crunchy sono ricce, spettinate, con i tacchi alti, le dita nel naso e il bruxismo notturno. Sono quelle che durante una discussione sbraitano e tirano i bicchieri, sono quelle che ridono fragorosamente e a bocca larga. Le donne Crunchy sono quelle che una volta al mese si fanno lo scrub anche alle gengive perché non hanno la costanza di darsi creme e cremette tutti i giorni. Le donne Crunchy sono pettegole, ma senza malizia o cattiveria; ti abbracciano e toccano quando parlano e preferiscono lo stadio al balletto, il camino al riscaldamento e non mangiano yogurt. L’uomo Crunchy è quello fantasioso a letto, talmente fantasioso che spesso ti chiama con altri nomi, ti fa vestire da dominatrice borchiata e sostiene che privare l’universo femminile dei suoi 30 cm di virilità sarebbe uno sacrilegio (poi sappiamo tutte che i centimetri non sono mai più di 20). L’uomo Crunchy è imprevedibile, divertente, ti intrattiene con la vivida narrazione delle sue prodezze (free climbing, rapimenti alieni con tanto di prove fotografiche, combattimenti con il Cobra Reale, guinness di bomboloni mangiati per colazione, ritiri spirituali in Monasteri tibetani, caccia allo squalo bianco, degustazione di entemi e l’elenco della provincia di Roma a memoria). Il maschio Crunchy è una sorpresa. Incessante e continua.
Lo Smooth. Smooth è il succo di mango e arancia senza imperfezioni che ti avvolge la gola, sono le lenzuola stirate che profumano di bucato, è tutto ciò che scivola e ti avvolge. Smooth è l’alba, il tramonto, l’acconciatura fresca di parrucchiere, il bagnoschiuma che ti mantiene la pelle profumata per ore (quello che svanisce subito non è Crunchy, è un pacco). Smoothy sono le consuetudini, le certezze. Sapere che l’acqua bolle a 100° è una consapevolezza Smooth, come sapere che il rossetto fuxia e l’ombretto azzurro andavano di moda negli anni 80 e ora ti fanno sembrare una battona. Tutte le consapevolezze sono Smooth. La donna Smoothy è accogliente, calma, come la mamma della pubblicità del detersivo per pavimenti che abbraccia il figlio quando rientra in casa dopo essersi rovesciato nel fango impantanando tutto il pavimento. Smoothy sono le donne che si danno la crema per le mani tutte le sere prima di spengere la luce del comodino, sono quelle che cucinano sempre un contorno, sono quelle che si piastrano i capelli e che masticano a bocca chiusa. Sono le donne pacate, sognanti, che leggono romanzi d’amore e si sono sentite almeno una volta come Mrs. Dalloway. Le donne Smoothy sanno quante calorie contengono 32 gr di burro e che non si sono mai ritrovate con tutta la biancheria intima rosa (chi ha aggiunto per sbaglio un calzino rosso al carico della lavatrice sa che cosa intendo). Le donne Smooth illuminano la stanza quando sorridono, non hanno i brufoli e adorano i tulipani. Le donne Smooth si fidanzano, si laureano, trovano un lavoro, si sposano e concepiscono il primo figlio in viaggio di nozze (e poi lo chiamano Adelmo come il nonno del marito). Le donne Smooth fanno spesa tutti i giorni, vanno in palestra 3 volte a settimana, leggono un libro al mese, si fanno le analisi del sangue ogni due anni, mangiano lo yogurt invece del dessert, fumano una sigaretta dopo cena e fanno l’amore 2 volte a settimana. L’uomo Smoothy è un altro mondo. Lui è dolce, premuroso, organizza il cassetto della biancheria in ordine alfabetico, ti regala ogni mese un mazzo di fiori per celebrare il mesiversario, si ricorda il cognome da nubile di tua mamma. L’uomo Smoothy scrive poesie, legge racconti e colleziona qualcosa. E’ affidabile, ha un abbraccio avvolgente e fa l’amore nel modo più dolce che tu possa immaginare (peccato che vuole stare solo sopra e durante l’apice del piacere, che arriva sempre dopo 16 minuti e 47 secondi, pensa alla rivista porno che tiene riposta alla lettera S del suo schedario –dove S sta per “Sollazzo”).
Quest’uomo adora la famiglia, è spirituale e non ti abbandona. Nemmeno se tenti di sbarazzartene legandolo al guard rail all’altezza di Roncobilaccio.

Il Crunch e lo Smooth sono le proprietà intrinseche di tutto lo scibile.
Io propendo per il Crunch, ma nei meandri delle mie fantasie più proibite propendo per lo Smooth. Voi? E’ difficile.
E’ un po’ come dover scegliere tra bocconcini di pollo fritto e un Lindor. Tra ricci sublimi o liscio perfetto. Tra la coca-cola e il succo di frutta, l’avventura e la consuetudine, una festa a sorpresa e una cena tra amici, i tuoi jeans preferiti e il nuovo tailleur di D&G. Non c’è possibilità. Non c’è scampo.

Mie care Galline e miei amati Galletti, qualcuno di voi conosce la ricetta per il pollo fritto alla Lindor? Per la coca-cola al succo di frutta? Qualcuno sa come avere i capelli ricci perfettamente stesi e come si fa a ricevere una festa a sorpresa gradevole come una cena tra amici?
E soprattutto, qualcuno sa se c'è qualcuno disposto a scambiare i miei jeans preferiti per il nuovo tailleur di D&G?



Vostra Gallina smoonch Valentina