Mi chiamo Michizuele


Nel bel mezzo del cammin verso la scuola di inglese (non mi sono ritrovata in una selva oscura, ma ho patito comunque le pene dell’inferno per il freddo), ho cominciato, evidentemente non in pieno possesso delle mie facoltà mentali, a canticchiare Ambaraba Cicci Coccò.
Ve la ricordate? Non so in quale ombroso andito della mia psiche si fosse nascosta e non so da quanto tempo se ne stava lì sorniona senza dare cenni di presenza, fatto sta che oggi è spuntata fuori.
Quando ero bambina io, Ambaraba Cicci Coccò era un vero must.
Una specie di regina indiscussa delle filastrocche e cantilene che si trasformavano in “conte” seleziona sfigato ogni volta che c’era da decidere chi doveva fare il lavoro sporco durante un gioco.
-Si gioca a Lupo Mangia Frutta?
-Siiiiiiiiiiiiiiiiiii
-Chi lo fa il Lupo?
Silenzio e sguardi evasivi
-Lo fai te!
-No!
-Allora si fa la conta!
E radunati in cerchio iniziava la cantilena.
Sarà stata la purezza e l’innocenza dell’infanzia, sarà stato l’inizio sillabato totalmente privo di senso, fatto sta che non avevo mai riflettuto sul fatto che quella scostumata della figlia del dottore fa l’amore con tre civette.
Scherziamo? Tre civette se ne stanno sul comò a copulare in un’orgia zoofilica con la figlia di un certo Dottore. Poi ci credo che il povero Dottore alla fine si ammala.
Sconcertata dalla grande e triste rivelazione ho ingenuamente pensato che si trattasse di un caso isolato, una piccola innocente nota pornografica finalizzata a confondere le fertili e versatili menti infantili.
Poi mi è venuta in mente Macchinina rossa rossa.
La versione che si cantava nella mia scuola era più o meno questa:

Macchinina rossa rossa dove vai?
A Roma
Roma è una bella città dove l’amore si va e si fa
E quanti chilometri farai?
3
1,2,3 ad uscire tocca proprio a te.

Roma è una bella città dove l’amore si va e si fa? Ma che motivo c’è di creare una filastrocca per bambini che inciti alla svelitna fuori porta? Per quale strano motivo è stata puntualizzata questa peculiarità cittadina? Mi ricordo che pur non avendo mai realmente prestato attenzione al testo della filastrocca, questa in particolare mi dava un senso di emancipazione. Sarà che dopo la prima domanda “macchinina rossa rossa dove vai?” il mal capitato doveva rispondere con il nome di una città, sarà che quello che rispondeva Parigi mi dava l’impressione di essere già un bambino di mondo, trasgressivo e scafato; mentre quello che rispondeva Scarlino veniva rapidamente depennato dalla lista dei bambini da invitare al compleanno, sarà anche che la macchinina rossa rossa richiama immediatamente alla mente la Ferrari, ma ripensandoci bene, la consapevolezza che nel mondo esistesse un posto “dove l’amore si va e si fa”, senza pensarci troppo su e farsi troppi problemi, deve avermi segnata.
Ma una delle conte che mi ha segnato di più, è indubbiamente Mi chiamo Michizuele.
Chi sarà mai stato quel bambino con questo nome così esotico e nobiliare? Sì, perché il discolaccio (nella mia immaginazione di bambina di otto anni era un mio coetaneo) non si chiamava solo Michizuele, no. Si chiamava Michizuele H Manuele. Un conte? Un barone forse. Un giovane ereditiero inglese: Sir Michizuele H Manuele. Sempre nelle mie fantasie, Michizuele era un bambino ricco con dei genitori pomposi che gli avevano messo il nome più lungo dell’indirizzo di casa, così per non complicare le cose avevano optato per abbreviare con la sola iniziale il secondo nome, da qua Michizuele H. Manuele. Ovviamente Michizuele era straniero, con un nome così non poteva essere italiano. All’epoca per me se eri straniero e maschio eri per forza inglese (se eri femmina potevi anche essere francese). Quindi Michizuele era inglese.
Comunque, al di là della mie supposizioni sulla storia del caro Michizuele, la filastrocca continua con un messaggio di speranza e rassegnazione: mi risposerò, uo uo.
Sì, esatto. Michizuele era già stato sposato una volta, ed ora, era già pronto per una nuova relazione dopo il fallimento del primo matrimonio. In fin dei conti era la fine degli anni ottanta e l’inizio degli anni novanta, il divorzio era una realtà consolidata, e io, da figlia di genitori divorziati, ero abbastanza soddisfatta che la questione ricoprisse anche un ruolo nelle filastrocche.
La cosa che invece non avevo mai colto fino in fondo è nascosta nell’ultimo verso: Si chiamava Domenico cià cià cià ua, cià cià cià ua uao, flic floc.
Ma allora, come cazzo ti chiami? Michizuele H Manuele ereditario fighetto inglese con un passato di donne e lussuria? O Domenico, sfigato, squattrinato e piantato in asso dalla moglie?
Niente di tutto ciò. Capisco solo adesso, con un po’ più di esperienza e di vita vissuta che Domenico era il nome del partner di Michizuele e che quel “si chiamava Domenico” non è altro che un ricordo riemerso a fior di labbra.
Questa Filastrocca dovrebbe essere eletta la canzone dei diritti sociali. Divorzi, matrimoni gay, secondi matrimoni, se arriva alle orecchie del Santo Padre viene fuori un putiferio.
Vi ricordate quella filastrocca che parla del ponte? Il famosissimo Ponte di Baracca? Ecco, il testo di questa adorabilissima filastrocca narra di un tale Pierin, che trovatosi di fronte all’impellente bisogno di evacuare, ha la brillante idea di approfittare dell’ombra del ponte. Data probabilmente una dieta non sana o un qualche problema non risolto nella fase anale freudiana, si ritrova ad affrontare una cacca non dura, ma bensì dura dura, che un medico coprofilo, passato di lì per caso, decide di misurare. La narrazione si conclude rivelando al pubblico assetato di conoscenza che il missile di Pierin misurava ben 33 centimetri e che ad uscire tocca a te.
Un’altra perla degna di nota è quella che racconta dei tre cacciatori:

C’erano tre cacciatori che andavano a caccia
Erano Bocchino, Boccone e Boccaccia.

Ma proprio bocchino lo dovevano chiamare? Non andava bene uguale se lo chiamavano Boccuccio?
Per quanto mi sia sforzata di ricordare altre filastrocche, l’età e un sano meccanismo di rimozione mi consentono di ricordare soltanto un’altra primizia. Più che una filastrocca è un messaggio subliminare della Philip Morris: Passa paperino con la pipa in bocca. Che associare la figura di un cartone animato al fumo non sia una buona idea, è stato capito solo dopo, quando ormai una generazione di fumatori accaniti era già stata sfornata.

Vostra Gallina che fa la cacca con la pipa in bocca Valentina


8 commenti:

Il Pollocane said...

hahahahhaahah

Agata said...

peso pesissimo! brutta storia la nostra infanzia..

Valentina said...

Soprattutto c'è da pensare se queste innocenti filastrocche ci abbiano davvero segnate.
Non mi sorprenderei se venisse fuori una generazione di Michizuele, Lola (quella che andava a scuola per imparare l'italiano) e Pierin.

Bia said...

aggiungerei alla lista: "Ero in bottega (tic-e-tac) che lavoravo (tic-e-tac) e non pensavo (tic-e-tac)alla prigione (tic-e-tac), ma un brutto giorno () la polizia () mi portò via () da casa mia"
Io la trovavo raccapricciante anche da bambina: l'oscuro protagonista (sicuramente destinato alla prigione per ottimi motivi) prima spacca la testa del poliziotto a bastonate (tic-e-tac), poi se la mangia per colazione "come un melone" e infine, non pago, va al funerale del malcapitato per ridere del dolore dai colleghi della vittima.
Roba che Hannibal Lecter gli fa un baffo!

Ecco, ripensandoci me ne è venuta in mente un'altra:
"Eravamo in tre
nel castello del Re,
un bambino fu rapito
e alla fine fu ucciso
quanto sangue uscì
e una tomba si aprì"
...poi chissà perchè da piccola avevo sempre gli incubi e bagnavo il letto!

Bia said...

ps: complimenti per il blog, L'ho appena scoperto e diventerò un'assidua lettrice!

Sauro said...

"La novella dello stento,
che dura tanto tempo...
te l'ha di? o te l'ha dirò?"
"dimmela!"
"...non si dice "dimmela" alla novella dello stento che dura tanto tempo...
te l'ha di? o te l'ha dirò?"
"me la dirai!"
"...non si dice "me la dirai" alla novella dello stento che dura tanto tempo...
te l'ha di? o te l'ha dirò?"

..e così ALL'INFINITO.
:|

Valentina said...

@Bia: Accidenti avevo proprio dimenticato "Ero in bottega tichhetac". Il contenuto è assolutamente raccapricciante. Come "Topolino topoletto" che dopo che si è infilato sotto a letto la mamma ha la bellissima pensata di prenderlo scarpate così forte da mandarlo all'ospedale. La sfiga vuole che l'ospedale è chiuso (zum-pa-pa), a che la farmacia è aperta (zum-pa-pa). E alla fine, invece di chiamare il telefono azzurro, lo rispediscono a casa bendato.
L'altra filastrocca non l'avevo mai sentita. Devo ammettere che anche questa è sul genere Horror.

@Sauro: La novella dello stento è come "C'era una volta un re, seduto sul sofà, che disse alla sua serva raccontami una storia, la serva cominciò, c'era una volta un re, seduto sul sofà...." anche questa interminabile...


Per altro, girellando sul web per verificare la vericidità dei testi (oggettivamente "sotto il ponte di baracca" è surreale e per un attimo ho temuto fosse solo frutto della mia fervida fantasia), ho scovato una versione alternativa: "Sotto il ponte di Verona"
Vi copio-incollo il testo, giudicate voi.

Sotto il ponte di verona
c'è una vecchia scorroggiona
che cuciva le mutande
per fare il buco grande.
Il buco grande si allargò
e la vecchia scorreggiò
e la vecchia scorreggiò.

altra versione:

Sotto il ponte di verona
c'è una vecchia sporcacciona
che vendeva merda secca
100£ alla cassetta,
ma nessuno se la comprava
e la vecchia se la mangiava

Sono due varianti interessanti, non trovate?

Marco said...

Straordinaria rassegna !!!! Non sono l'unico con questi revival